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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.
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Noi siamo Immanuel Casto e Romina Falconi, e questo è l'Hands-off 2026 di Mondo Complesso.
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Immanuel: Non è un buon momento per essere artisti (ammesso che esistano epoche in cui sia facile esserlo). Una delle funzioni più profonde dell’arte — quella di narrare se stessi e rappresentare il proprio universo interiore — è stata in gran parte assorbita (e distorta) dai social media. Oggi, molti artisti considerati politicamente impegnati vengono seguiti più per le opinioni che esprimono online, che per il valore intrinseco delle loro opere. La pubblicazione massiccia e costante di contenuti sta diluendo l’impatto della singola opera, spingendola pericolosamente verso l’irrilevanza. Il ciclo di vita di un lavoro creativo è crollato: siamo passati da una persistenza decennale (le hit tra gli anni ‘60 - ‘90 le ricordiamo ancora) ad una durata di pochi giorni, prima che il contenuto diventi obsoleto. È un circolo vizioso: la consapevolezza che le opere verranno fruite poco e male — con estrema disattenzione e superficialità — porta a ridurre drasticamente gli investimenti e gli sforzi produttivi, conferendo loro sempre meno valore. Sembra essersi chiusa anche quella peculiare finestra storica in cui bastava pubblicare qualcosa di anticonvenzionale per farsi notare — un’opportunità di cui ho avuto la fortuna di beneficiare quando ho iniziato il mio percorso come cantautore. Parallelamente (salvo rare eccezioni), pare tramontata anche l’epoca d’oro delle grandi serie TV: stiamo tornando ad una concezione del prodotto audiovisivo come puro sottofondo, una modalità simile a quella dei palinsesti televisivi pre-anni 2000, dove l'immagine serviva a riempire il silenzio, mentre si faceva altro. Sono convinto che l’economia e la tecnologia siano i veri motori dei cambiamenti sociali e culturali. In questo scenario si inserisce, con una coerenza inquietante, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito artistico: uno strumento che non sta solo portando cambiamenti tecnici, ma sta accelerando definitivamente questa trasformazione antropologica della creatività.
L’essere umano cerca da sempre di esternalizzare la fatica. La prima dalla quale abbiamo cercato di liberarci è stata, ovviamente, quella fisica: invenzioni come l’aratro erano funzionali a questo scopo. Con l’avvento dell’informatica, abbiamo iniziato ad esternalizzare anche la fatica cognitiva. Pensiamo, banalmente, alle calcolatrici. L’evoluzione tecnologica si è spinta sempre più in questa direzione, delegando alle macchine non solo il calcolo matematico, ma il pensiero logico tout court. Il problema è che questo processo, esattamente come accade per l’attività fisica, porta ad un’atrofia di quelle stesse abilità. È sempre più evidente quanto sia diffusa una scarsa propensione al ragionamento. Lo vediamo soprattutto nei dibattiti di natura sociale o politica, dove una quantità preoccupante di persone si schiera dicotomicamente in posizioni polarizzate, esprimendosi per slogan, incapace di argomentare le proprie tesi o di leggere in modo critico un testo, specialmente se proviene dalla propria fazione. In questo scenario, l’intelligenza artificiale offre una possibilità quasi inedita: quella di esternalizzare anche il lavoro creativo. Come per ogni altra forma di automazione, assistiamo ad una comprensibile opposizione etica volta a proteggere i lavoratori del settore. Non possiamo predire il futuro, ma è difficile credere che questa posizione, per quanto rispettabile, possa realmente prevalere sugli interessi economici e su l'umana tendenza a cercare di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. La riflessione che vogliamo proporre riguarda gli effetti e, contemporaneamente, le ragioni dell’utilizzo di questo mezzo in ambito artistico. Partiamo da un aneddoto. La settimana scorsa, ho pubblicato un post divulgativo sul mio profilo Instagram, intitolato Il Paradosso della vulnerabilità, a cui avevo lavorato nei giorni precedenti con diversi collaboratori. Uno dei primi commenti è stato: “Generato con l’intelligenza artificiale. Inutile leggere”. Al di là del bisogno dell'utente di posizionarsi come colui che vede oltre il velo di Maya e gli inganni del proprio tempo - qualcuno a cui, insomma, non la si fa - ho trovato interessante indagare. Come faceva ad essere certo della genesi del contenuto? L’utente ha risposto di essere uno storico con competenze da linguista e di aver sviluppato un modello di IA in grado di riconoscere i testi non umani. Nel mio scritto ravvedeva un eccessivo rigore logico e una linearità che, a suo dire, non appartengono agli esseri umani. Questa risposta ci riporta tristemente ai bassi standard a cui siamo abituati: paradossalmente, si sviluppano modelli di rilevazione che assumono la mediocrità e l'approssimazione come standard base del funzionamento umano. Questo mi ha portato a chiedermi perché ci si impegni tanto nel creare sistemi che distinguano l'umano dalla macchina. In quanto fruitore di un testo, cosa cambia nel sapere se è stato scritto da un uomo o con l’ausilio di un’IA? Io leggo per trarne informazioni, riflessioni o suggestioni. Giudicherò negativamente il contenuto, se non trovo ciò che cerco, ma se il valore c'è, perché la genesi dovrebbe essere rilevante? Una genesi che, tra l'altro, diverrà sempre più indistinguibile. Io credo che questi sistemi non vengano sviluppati per discriminare un testo generato dall’intelligenza artificiale da uno creato in modo originale, ma per distinguere le persone che creano contenuti con l’intelligenza artificiale da quelle che non lo fanno. Ad esempio, un simile sistema diventa fondamentale in ambito scolastico. In questo contesto, l'insegnante ha la necessità di sapere se il testo sia farina del sacco dell'alunno, non per un pregiudizio verso la tecnologia, ma perché deve poter valutare l’effettivo livello di preparazione e le reali competenze acquisite dallo studente. Senza questa distinzione, il voto diventerebbe privo di senso: per quanto formalmente assegnato ad un compito, il giudizio è rivolto allo studente e al suo percorso di apprendimento.
Ma, al di fuori degli ambiti in cui il testo serve a misurare le effettive competenze dell’autore - come la scuola o i concorsi - questi sistemi di riconoscimento ambiscono ad etichettare le persone. Rispondono al bisogno ancestrale di discriminare tra chi è buono e chi è cattivo, tra l'onestà della creazione ed il peccato dell'automazione. Ma l’aspettativa di un contenuto ontologicamente originale presuppone che la mente umana crei dal nulla. Teorizzi ed elabori lavori a partire da zero. Prima dell’IA c’era Google per copiare, prima di internet c’erano le biblioteche e prima di qualsivoglia tipo di pubblicazione c'erano la tradizione orale e la possibilità di assimilare dagli altri. Il pensiero umano è inevitabilmente il prodotto dell’incontro tra soggettività e ambiente culturale. Vista sotto questa luce, la dicotomia IA = fasullo contro umano = originale appare quantomeno ingenua. E questo ci porta al vero problema al quale vogliamo rivolgere attenzione riguardo l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. In ambito creativo, il limite attuale dell'IA non è che produca cose finte bensì che produca cose merdose (discorso strettamente contestualizzato nel momento della scrittura di questa newsletter). Al punto che, se l’obiettivo è giudicare negativamente un’opera artistica, la sentenza dovrebbe essere “così vacua e stilisticamente piatta da sembrare fatta con l’IA”.
Essendo una gigantesca macchina induttiva basata sulla statistica, l'IA ha una concezione del gusto estremamente banale e necessita comunque di un grosso intervento umano per creare valore artistico. L’uso massiccio e pigro (ossia senza l’intervento umano) dell’IA nella scrittura di dialoghi, libri, testi musicali e arrangiamenti sta drammaticamente concorrendo ad un livellamento verso il basso e questa deriva si inserisce perfettamente in una fruizione distratta, dove il contenuto non è più oggetto di attenzione, ma semplice rumore di fondo. Qui emerge il circolo vizioso del contesto attuale: la scarsa attenzione rivolta ai contenuti, con il ciclo di vita delle opere ridotto a qualche giorno, obbliga ad una produzione frenetica pur di restare rilevanti. Dal “Penso, dunque sono” siamo passati al “Pubblico, dunque sono”, declinato nelle sue varianti social: “Ho un’opinione dunque sono”, “Mi schiero dunque sono”. In questo scenario, dove l'esigenza è produrre volumi enormi a costo zero e la consapevolezza è che quasi nessuno leggerà o ascolterà con cura, l’impiego sciatto dell’intelligenza artificiale trova la sua collocazione ideale. I vantaggi sono massimizzati dal processo, mentre gli svantaggi, ossia la scarsa qualità, sono minimizzati dal contesto.
Romina: L’avvento dell’IA è una rivoluzione inevitabile. Un cambio di regole del gioco: come quando su internet eri tranquillo e poi ti rendi conto che anche tua zia commenta e capisci che niente sarà più come prima.
Internet ha riscritto il modo in cui ci muoviamo nel mondo, ha reso tutto raggiungibile e condivisibile (almeno all'apparenza). L’IA fa una cosa più intima e più inquietante: riscrive il modo in cui pensiamo di pensare. È come se, d’un tratto, non fosse più solo la rete a collegare le persone, ma il linguaggio stesso a diventare una macchina. Una macchina che funziona bene solo se le dai le giuste istruzioni, altrimenti ti apparirà come Golia per Davide. E quando il linguaggio diventa macchina, cambiano i mestieri, certo, ma cambia soprattutto la sensazione di essere indispensabili. E qui, prima ancora di parlare di rivoluzione, mi viene da tirare in mezzo Darwin. Poro Darwin — non perché lo voglia santificare, ma perché gli è capitato il destino tipico delle frasi potenti: vengono trasformate in slogan motivazionali, cavalcate alle volte anche da persone pronte a licenziare i dipendenti, o dai life coach de terza fascia. La sua idea, in sostanza, non è il culto del più forte, né l’inno al genio: sopravvive chi si adatta. Cioè, vince chi capisce in fretta che l’ambiente è cambiato e smette di comportarsi come se fosse ancora quello di ieri. Non è certo una minaccia morale del tipo “se resti indietro te lo meriti”. È una diagnosi chiarissima: quando cambia il clima, anche chi era perfetto tutto scollacciato e con le scarpe aperte, diventa improvvisamente fuori stagione. E sì, non ve l’ho citato paro-paro. Mi riservo il diritto di dirvelo in lingua umana, perché questa è la trappola del presente: ci chiedono precisione chirurgica proprio mentre ci tolgono il tempo di respirare. Preferisco una frase che funzioni e mi piace avvolgere nella leggerezza bionda anche i luminari e gli scienziati divini. Perché l’IA, oggi, la si capisce osservando cosa fa alle persone. Le entusiasma, le spaventa, le umilia, le accelera. E, soprattutto, mette tutti davanti allo stesso spettacolo: la sensazione che la propria competenza, quella che ieri sembrava identità, oggi rischia di diventare una funzione. Non sparisce il lavoro, cambia il prezzo del lavoro. Non si polverizza mica l’essere umano, cambia il suo ruolo. E questa, piaccia o no, è sempre stata la vera rivoluzione. Eccoci qui, egregi lettori, le tre paure dell’io. La paura della morte: oltre ad una fine biologica, si intende pure la perdita di controllo e di identità. La paura della povertà: paura per la mancanza di risorse materiali (“nun c’ho na lira”), ma anche mancanza di risorse (“non c’ho scelta”) e da qui il timore di non poter dire di no. La paura della solitudine: timore di essere abbandonati, di diventare irrilevanti e di essere sostituiti. Ora, pensate che la IA va toccando tutte e tre le paure nostre. Che sia di striscio o diretta sulle gengive. E spesso sembra un mostro solo perché “non le sai parlare”. Un poco come il mio ex. Ogni rivoluzione porta con sé l’irreversibilità. Detta così suona bella e solenne, vero? Poi vallo a spiega’ che gli artigiani, con l’arrivo del carbone, hanno pianto lacrime amare. Vallo a spiegare che l'avvento dell’elettricità ha reso il carbone ancora utile, ma non più al centro di tutto. E con il carbone ci campavano i minatori, i fuochisti delle caldaie, gli uomini che lavoravano sui lampioni a gas delle strade e via dicendo.
Vai a spiegarlo ad un nutrizionista, che mio cugino chatGPT, con qualche informazione sul mio stato di salute, la mia altezza, il mio peso e qualche analisi del sangue, sa esattamente farmi un piano alimentare in cinque secondi e me lo fa gratis, soprattutto se devo perdere pochi chili e non devo affrontare un cambio radicale per una situazione clinica seria. No, non sto a dieta, ma uno dei miei più cari amici è dietista e non lo tradirei mai, è solo per fare un esempio. Ma tocco questo che è uno dei campi dove l’IA si sta infilando meglio. E, se un lavoro percepito come intoccabile diventa standardizzabile, in molti iniziano a tremare.
Vai a spiegare ad un ragazzo che sogna di fare il traduttore da sempre, che tutte le energie ed il tempo speso per studiare, rischiano di essere spazzati via. Non perché non sia bravo, ma perché il mercato improvvisamente trova un modo di ottenere abbastanza senza pagare il giusto. L’irreversibilità delle rivoluzioni.
Non si torna indietro dopo che hai ghigliottinato Re Luigi e Regina Maria Antonietta. Non si torna indietro dopo che hai perso la verginità. Sebbene ora chirurgicamente sia fattibile, credo che la ricostruzione dell’imene - inutile membrana umana, come l’appendice, ma che una volta per i reali e per i poveri rappresentava una dote inestimabile, unico vero simbolo di integrità e onore - sia l’operazione più stronza che un essere umano possa fare. A meno che non sia una questione di sopravvivenza: in certi paesi arrivare vergini al matrimonio è ancora una condanna o una sentenza, non una scelta. Ecco, combattere la IA è come voler tornare vergini.
Quindi studiamo un po’ come possiamo essere migliori con la IA, non contro. Ci dimentichiamo che la paura è una benzina potente, se non ti paralizza. Il Neanderthal, quando sentiva un rumore, scappava, perché la fuga era una risposta sicura. Magari non lo ha scoperto mai se quel rumore fosse un animale feroce o uno scoiattolo, ma intanto non è rimasto lì a filosofeggiare: hai paura e agisci. La paura di non raccapezzarsi con le rivoluzioni del nostro tempo ci riguarda tutti. La paura di non essere più utili, più sul pezzo, di non essere abbastanza. E poi, la paura di perdersi qualcosa: la cosiddetta FOMO, ossia la paura di essere tagliati fuori.
Vorrei condividere una storia personale, che spero possa diventare uno spunto sulla questione insostituibilità delle persone. Ero ad un appuntamento di lavoro. Una selezione canora molto importante. Fonti certe e autorevoli mi dissero, con quel dispiacere misto a pietà, che non avevo nessuna chance di arrivare in finale, perché gli altri nomi erano tutti accompagnati da gente con stabilità e spalle forti. Non parlo di raccomandazioni, ma proprio di credibilità discografica, di istituzionalità. Insomma, era già un miracolo, su mille persone, essere arrivata tra i venti “Oh, non hai fatto nulla fino a mo’, ringrazia dell’occasione e via”. Andai all'appuntamento col cuore sbrindellato, ma era pur sempre l’unica chance importante mai avuta fino a quel momento, e quindi ero comunque felice di far vedere alla commissione che esistevo. Ok, non ero nessuno, ma magari un domani avrei potuto essere arruolata come corista/vocalist in qualche programma, che ne so. Cantai. L’unica cosa che credo di saper fare nella mia vita, ma quello mica lo so fare solo io, lallero. Fui me stessa, fragilissima, ma con l’audacia di non tenermi manco una battuta in bocca. Tremavo e dissi che lo volevo, che ero io la stronza Cenerentola dell’anno. Non dissi nemmeno una parolaccia, ma in questa newsletter ci sta così bene, secondo me, il turpiloquio. In quell’audizione, credo, uscì una via di mezzo tra Sora Lella, Mamma Roma e un pulcino solo e bagnato. Oh, passai. E passai perché sì, per quanto mi piacerebbe da matti dire che la mia voce abbia superato una prova durissima e la canzone fosse la nuova Yesterday. Credo piacque anche l’essenza da scappata de casa: una kamikaze che arrossisce e trema. Perché solo la voce, non basta mica. E vaffanculo le fonti autorevoli.
Ma, e fatevelo dire, la IA è tanto, ma non è tutto. E non sarà mai tutto. Nel campo artistico, e in tanti altri, promette semplicità, risparmio, soluzioni interessanti, ma poi nessuna IA saprà mai scrivere Caruso. Parlo per me, che rispetto a Lucio Dalla sono una molecola, che uso la drammaticità e l’umorismo nelle canzoni, rischiando di passare per arrogante, e confermo: la IA non potrà mai scrivere Magari Muori. Perché la IA non riesce proprio ad avere l’umorismo geniale di cui sono capaci gli esseri umani, non ha il senso del ridicolo e del grottesco. Ma non lo avrà nemmeno tra vent’anni. E come mai, tanta sicumera? Perché serve un mostro per combattere un mostro, e serve un umano per intrattenere degnamente un suo pari con originalità. Ed eccoci sulla nuova parola chiave. Originalità.
Immanuel: Chat CPT Non saprebbe scrivere canzoni come Escort25, Che bella la cappella, Tropicanal o Da grande sarai f*ocio neanche se glielo chiedessi. Così come non saprebbe concepire giochi da tavolo come Squillo o Non si può più dire niente, poiché nascono proprio dall’intento di spezzare una norma. La stessa che l’IA sta diventando sempre più efficace nel ricostruire.
Romina: Una canzone nasce dalla fallibilità umana. Un essere umano, per evadere dal peso della sua vita, crea un mondo in metrica: almeno in quel perimetro ha la sensazione di avere un minimo di potere. Un altro scrive una canzone perché vuole disperatamente dare un tocco di poesia e di giustizia ad una parentesi della sua vita, che gli appare come una sconfitta. I luminari la chiamano sublimazione, io la chiamo vocazione ad essere gli ultimi stronzi romantici della terra.
L’originalità nasce, certo, anche da una propensione. Ma soprattutto nasce dal bisogno di non replicare, di non rifare le cose uguali. E con la fallibilità umana, le umane frustrazioni, la creatività imperitura sono nate le più belle opere. L’IA vuole riconsegnare qualcosa di perfetto o quasi, ma non è un artista, il quale ha immaginazione, imperfezione e deliri in fase creativa. E crei quando vuoi credere all’incredibile, o a quello che non stato ancora dimostrato.
Si parla di IA generativa, ma non genera proprio nulla in termini di creatività: è adattiva. Riassembla. Piglia quello che è già stato creato e te lo riformula. La IA può emulare lo stile di Van Gogh, ma non saprà mai creare uno stile nuovo, potente, mai fatto, come fece Van Gogh. E nessuno tra quelli che hanno cambiato il mondo, avevano la certezza di restare.
E qui nasce un altro problema: non tutti possono essere Van Gogh, perché i Van Gogh sono mosche bianche. Ma noialtri? Noi dobbiamo ricordarci che la tecnologia non può permettersi le botte da matto degli umani: è programmata per essere credibile, non per essere imprevedibile. I più grandi artisti sono andati controcorrente. Bohemian Rhapsody non ha un ritornello, ma è un brano tra i più popolari al mondo. Essere dei geni non serve a un cazzo se nasci nel secolo sbagliato: se ti chiami Bach il tuo talento nella composizione verrà apprezzato a quasi cento anni dalla tua morte. Il punto non è essere insostituibili come i geni, ma essere insostituibili come appassionati ed intraprendenti.
Ovviamente parlo anche a chi non sente il bisogno che il mondo riconosca il suo operato, nonostante abbia parlato di artisti e dunque un artista sogna sempre di poterci campare, con le proprie opere. Qualsiasi cosa facciate, spero che avrete modo di appassionarvi. Fosse pure la cosa più semplice. Perché una persona che si appassiona a qualcosa, anche se di quel qualcosa non ce ne frega assolutamente nulla, ci apparirà sempre più ipnotica di uno che si limita a fare il compitino. Il problema non è che i giovani a scuola si affidino all'IA. L’avessi avuta io al tempo, cavolo se l’avrei sfruttata con le materie a me ostiche, ma è importante spiegare ai ragazzi e alle ragazze che la rivoluzione dell’IA è un centesimo della rivoluzione che potrebbero fare nelle loro vite, se provassero ad insistere con la loro fallibilità e l’intenzione di provare a fare le cose in modo originale, senza emulare.
Poi ci sono quelli che usano la IA e credono di non essere sgamati nel farla passare come farina del proprio sacco. E non c’è nulla di male nel fatto che uno si rivolga all’IA, ma che voglia far fesso il suo interlocutore, sì. Una IA potrà mai restituirti la bellezza e le sensazioni che vivresti con una pièce teatrale o un concerto? Le canzoni fatte con l’IA potranno pure essere godibili, sebbene seguano un prompt, ovvero dietro c’è comunque l’indicazione di un essere umano. Ma te lo immagini il volume sporco di alcuni brani rock, passati solo attraverso un programma nato per essere infallibile, senza il supporto di un umano mezzo sudato e incazzato dolente? Mmh, no. Dunque, ecco l’umile consiglio mio: è importante imparare ad usare la IA, ma per fare di più, perché dobbiamo pensare a vivere, quello lei non lo sa fare. Avere timore di un cambiamento può essere un modo per riscriversi e per puntare ad un lavoro fatto in modo diverso. Invece di pensare alla velocità, concentriamoci sulla direzione. E che l’insostituibilità, la creatività, l’imperfezione e l’originalità siano con noi.
Così era, così è, così sia.
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Immanuel Casto è un cantautore, game designer e divulgatore. Ha pubblicato il suo primo libro “DiversaMente” per Bompiani. Le sue elucubrazioni mentali trovano principalmente spazio nell sue storie di Instragram @immanuelcasto
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Romina Falconi è una cantautrice, scrittrice e stratega creativa. È tutta piume e lupara. Promette che da lunedì sarà più elegante. Su rottincuore.com
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