Cosa pensano i ventenni del dibattito pubblico
Qual è lo stato di salute del dibattito pubblico? Per rispondere alla domanda, ho lavorato assieme a un centinaio di ventenni divisi in 35 gruppi che, per un semestre all’Università di Padova, hanno studiato casi recenti e classici di controversie nella sfera pubblica. I risultati mi hanno sorpreso: non si sono limitati a riconoscere i sintomi di un disagio, hanno voluto mettere a fuoco risorse per “vivere tra le polarizzazioni, non polarizzati”.
Dalle modalità di dibattito di Charlie Kirk, passando per i duelli de La Zanzara, arrivando fino a Falsissimo di Corona: gli studenti hanno cercato di decodificare alcune dinamiche del confronto mediatico contemporaneo.
Come c’era da aspettarsi, dalle analisi è emersa soprattutto una visione critica: il dibattito pubblico è sempre meno un confronto di idee e sempre più creazione di prodotti mediatici finalizzati a ottenere engagement. Uno spazio in cui l’attenzione scarsa viene conquistata tramite la spettacolarizzazione dello scontro.
E fin qui tutto bene, potremmo dire. Il compito è stato eseguito. Quello che invece mi ha sorpreso è che questi giovani non si sono fermati alla semplice misurazione del fenomeno, ma hanno deciso di andare oltre, alla ricerca di strade e prospettive per affrontare al meglio l’ecosistema comunicativo in cui siamo immersi.
Tra i numerosi punti emersi dai loro lavori, ce ne sono alcuni che mi sembrano particolarmente significativi perché ricorrenti:
- Lo spettacolo del litigio: in programmi come La Zanzara e in diversi talk show politici, così come in varie campagne social, gli studenti hanno osservato che ottenere engagement prende il sopravvento rispetto alla volontà di informare. Il dissenso viene trasformato in spettacolo, dove le posizioni, più che essere argomentate, si definiscono attraverso la delegittimazione dell’avversario.
- L'argomento del fantoccio e l’attacco ad hominem: le strategie più usate per contrastare l’avversario sono quelle di attribuirgli versioni estremizzate o distorte del suo pensiero, oppure di attaccarlo su aspetti personali. In sostanza, si tratta di manovre di alterazione dell’argomento per fraintendimento intenzionale o di distrazione da esso per intromissione di elementi non pertinenti.
- La tirannia della performance: che si tratti di un politico che abbaia in TV, di un presidente USA che getta letame sulla folla in un video generato dall’AI, di Charlie Kirk che dà una risposta sferzante per eludere l’obiezione pertinente di uno studente, ciò che conta è la memorabilità del gesto. La "performance", quando diventa breve clip virale, di fatto conta più del contenuto.
- La polarizzazione algoritmica: la rete diventa una sorta di "tribunale pubblico" dove la conferma dei propri pregiudizi e l’affermazione identitaria avvengono sempre più per contrapposizioni binarie inconciliabili. L'indignazione collettiva diventa un generatore di engagement rapido e a basso costo. Ne fanno le spese soprattutto aziende e personaggi in casi di crisi e passi falsi, dove il recupero e la riparazione dall’errore non possono prescindere dalla temperatura indignata delle reazioni.
Preso atto di questi problemi, gli studenti sono passati a considerare quali lezioni imparare per riuscire a vivere immersi in queste acque inquinate senza fare la fine delle cozze intossicate.
Ripercorrendo i loro lavori mi è sembrato di poter delineare quattro competenze di fondo da allenare (che forse definirei più virtù da coltivare) per chiunque cerchi di partecipare al dibattito:
1. Non ammassare, setaccia. La spettacolarizzazione dei litigi, gli attacchi e la preminenza della performance, hanno tutti lo stesso effetto: mettere in secondo piano il merito dei temi affrontati. Saper riconoscere questi elementi “evasivi”, e lasciarli cadere per cercare la presenza o meno di argomentazioni di fondo, è un primo passo per non cedere alla tossicità della distrazione costante.
2. Non contrastare, adotta adattando. Quando tutto si riduce a contrapposizioni inconciliabili, porsi in contrasto non fa che aumentare la polarizzazione e l’allontanamento dal tema. Allora, come insegna Adelino Cattani, occorre prima adottare - cioè riconoscere la cornice dell'altro e i suoi presupposti - per poi adattare: contraddire e criticare dal di dentro quella posizione. Questo stimola a rivitalizzare costantemente il proprio corredo di convinzioni e a non adagiarsi pigramente sugli schieramenti preconfezionati.
3. Non ridurre, semplifica. La complessità arriverà sempre ultima nella gara con gli slogan, le clip virali, le frasi forti e scioccanti. E questo non è un alibi per adagiarsi su di essa. Al contrario, chi vuole entrare nel dibattito pubblico deve saper essere semplice e chiaro quando parla di questioni articolate. Contro le riduzioni di chi promette “la questione è tutta qui”, non serve dire “è più complesso di così”, ci vuole qualcuno che sappia dire “cosa è rilevante e cosa meno”.
4. Davanti all’indignazione, usa l’exotopia. L’exotopia secondo Marianella Sclavi è comprendere l’altro nella sua diversità. Parte dall’empatia (mettersi nelle scarpe dell’altro) ma poi è in grado di riconoscere perché quelle scarpe per sé non vanno bene. Mentre l’indignazione si basa sul rifiuto istintivo di qualcosa come inaccettabile, l’exotopia lavora sulla consapevolezza della differenza che sta alla base di quella non accettazione. La prima porta a reazioni immediate e spesso scomposte, la seconda a conoscere le ragioni e a poterci lavorare su.
A guardare bene queste 4 virtù non sono solo strumenti di difesa per cittadini-fruitori, ma opportunità di efficacia anche per chi, nel dibattito pubblico, vuole partecipare da protagonista. Analizzando questi casi, quante aziende e personaggi pubblici nelle polemiche avrebbero potuto mettere a fuoco la loro strategia setacciando gli attacchi, adottando le accuse per poi adattare meglio le risposte? In quante occasioni è stata proprio la mancanza di comprensione delle differenze (exotopia) a impedire di gestire la comunicazione in mezzo alle reazioni avverse del pubblico?
Soprattutto mi colpisce che questi studenti, consapevoli che non si può uscire dall’acqua inquinata, abbiano cercato vie concrete per “nuotarci dentro” senza assumere la stessa forma tossica. A partire dall’analisi del dibattito pubblico, hanno delineato spunti formativi per capire cosa ci può aiutare oggi a discutere meglio. Dalla teoria sono passati alla pratica dell’argomentazione digitale. Che poi è anche il nome della materia che coltiviamo.