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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.
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Io mi chiamo Edoardo Bucci, e questo è l'Hands-off 2026 di Mondo Complesso.
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Ciao a tutte e tutti, intanto piacere!
Mi chiamo Edoardo Bucci e sono molto felice di essere ospite di questa newsletter.
Con Joe ci siamo conosciuti proprio grazie a Mondo Complesso e alla volontà di far vivere questo podcast anche offline in uno spazio altrettanto bello e complesso com’è La Redazione di Scomodo a Roma.
Mi è stato detto considerala per una settimana come fosse la tua newsletter, devo dire di non essere un grande lettore di newsletter e nel corso del tempo (Joe e amici newslettari, perdonatemi) ho provato una certa antipatia per chi le scrive. Un po’ di invidia per la disciplina di invii tanto sistematici, un po’ per faccende amorose, Nulla contro il pubblico, ci tengo a specificarlo.
Tolta la premessa, accennare alla complessità qui mi sembra d’obbligo. E mi sembra d’obbligo farlo senza mitizzare. Se è vero che la nostra è un’epoca in cui la complessità è spesso minoritaria è altrettanto vero che può diventare uno scudo per proteggersi dal reale, dal contingente, all'immancabile puzza di fondo che circonda ogni epoca. Tenere insieme la complessità e la sintesi, la frammentazione e la chiarezza è una sfida politica oltre che sociale, economica e culturale che, Mondo Complesso in primis, prova a fare.
Mentre scrivo sono al piano -2 di Spin Time, storica occupazione abitativa di Roma, e ho pensato che qualche riga su questo palazzo sia più efficace del resto degli appunti che ho preso.
Spin Time è un palazzo occupato di dieci piani nel Rione Esquilino di Roma. Visto da Via di Santa Croce in Gerusalemme con le spalle alla Basilica uno degli estremi sembra la prua di una nave. Non è un bel palazzo ma se lo conosci, per rispetto, non diresti ad alta voce che è brutto. Le grandi facciate da ex ufficio pubblico anni ‘60 non ti fanno pensare a un rom-com natalizia, l’alto muro grigio di Villa Wolkonsky, su cui affaccia da un lato, rimanda a una frontiera tra mondi lontani.
In un momento di crisi da ventenne seduto sulla rampa che porta all’ex garage che ora ospita Scomodo, ho chiesto a Paolone un generico che faccio? e mi ha risposto fate un po’ come cazzo vi pare. Accompagnando la massima con un sorriso e con il consueto gesto delle corna da rocker trasformato in un suo personale simbolo di lotta (ma le cui origini sembrano derivare da una passione per Vasco). Paolone ha un’età che abbiamo stabilito per convenzione intorno ai 65 anni, e ha dedicato tutta la vita alle lotte dal basso, al contrasto alle discriminazioni, al diritto alla casa e a una vita dignitosa.
Vivo questo palazzo da quando ho diciassette, ospita oltre quattrocento persone in emergenza abitativa e oltre quaranta realtà sociali e culturali. Un palazzo è stato uno dei motivi principali per cui ho scelto di restare a Roma. Quello che è nato da qui, è stato possibile grazie a un approccio all’altro che, da liceale con una flebile barba a chiazze, non avevo mai incontrato. Fate come cazzo vi pare, rigorosamente declinato al plurale, non rimanda al disinteresse, a una fanciullesca anarchia, a un rigurgito montessoriano. Fate come cazzo vi pare, in questo contesto, traduce la complessità e la pratica, apre spazi che altrimenti non potrebbero esistere.
In un periodo in cui, come scrive Nicola Lagioia ne «La città dei vivi» Roma aveva due papi e nessun sindaco lo spazio per dei minorenni che cercavano di dire la loro era confinato alla non esistenza, se non attraverso la ricerca di crepe e anfratti. Il concedere spazio senza chiedere garanzie, senza comprendere appieno l’altro, senza calcoli a tavolino, apre a cortocircuiti. Il confine per la massima paoloniana è dato dalla pratica, dall’esercizio quotidiano, da un patto di fiducia sottile ma determinante. L’esperienza non passa attraverso una rivendicazione ma nella costruzione di una base, di un linguaggio, di un’alleanza. Nel nostro caso, in una collettività che si è fidata, di chi vedeva in un seminterrato ricoperto di liquami un polo per le nuove generazioni della città.
Questo, oltre noi, si è tradotto per migliaia di persone in un cambiamento reale della propria vita, che ha garantito elementi concreti come il diritto a un tetto sulla testa, all’istruzione, all’accesso a servizi sociali e culturali. Ha contribuito a costruire un modello in cui nessuno faceva solo il proprio interesse pur facendo quello che gli apparteneva. Una pratica che nel tempo ha costruito legami tra realtà e persone che non si sarebbero mai incontrate: preti e attivisti queer, i famigerati figli di papà di sinistra e donne e uomini appena usciti dai lager libici.
In quasi dieci anni di rapporto in uno spazio di esplorazione come questo, i rimandi alla complessità mi sembrano molti. In un contemporaneo in cui gli schemi le certezze sono poche, in cui le strade sono troppe, in cui il ruolo stesso del Maestro ha cambiato forma, l’umiltà della pratica svolge un ruolo determinante. Nei glitch che generiamo c’è una lettura che evolve i modelli e il pensiero. È in quell’esplorazione che è possibile rintracciare cosa vogliamo dal presente e come possiamo replicarlo. Nulla di ciò nasce senza concessioni all’altro e soprattutto senza la faticosissima pratica che ne segue.
Per chiudere sulla complessità: questo palazzo oggi è minacciato da uno sgombero imminente. Se vi interessa a questo link potete firmare un appello già sottoscritto da migliaia di persone di città e mondi diversi.
Le soluzioni non sono mai semplici, ma a volte sono possibili.
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