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Oggi proviamo a parlare di natura ma con uno sguardo diverso dal solito…
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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

 
 

Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.

 
La natura non fa bene solo a te
 

Prima di iniziare a scrivere questo numero, mi sono fermato un attimo a guardare dalla finestra. Fuori, l’aria tiepida e la luce tersa mi hanno dato la sensazione precisa che sia arrivato quel momento dell’anno in cui tutto sembra rimettersi in moto e torna la voglia di stare fuori senza un motivo preciso.

Anche solo per camminare, sedersi su una panchina, lasciare che il tempo passi un po’ più lentamente del solito.

E in effetti è così che spesso pensiamo alla natura: come a uno spazio personale. Un posto dove ricaricarci, staccare, respirare meglio. Un antidoto allo stress, una pausa dalla città, un modo per stare bene, singolarmente.

Ma mentre ci pensavo, mi sono accorto che forse questa è solo una parte della storia.

Perché se è vero che la natura ci fa stare meglio come individui, è anche vero che raramente ci fermiamo a chiederci cosa fa, invece, a noi come collettività.

E se avessimo guardato alla natura nel modo sbagliato tutto questo tempo?

Nell’antica Grecia e a Roma, le élite si ritiravano nelle ville di campagna per schiarirsi i pensieri. Ippocrate, considerato il padre della medicina, definiva la natura “il miglior medico”.

Questa intuizione attraversa culture e secoli. In Giappone esiste una pratica chiamata shinrin-yoku, il “bagno nella foresta”: immergersi nella natura per rallentare. Nei paesi nordici, invece, si parla di friluftsliv, letteralmente “vita all’aria aperta”: un’idea resa popolare nell’Ottocento che invita a stare nella natura indipendentemente dal meteo, perché è lì che mente e corpo funzionano meglio.

Per molto tempo, però, tutto questo è rimasto nel campo dell’intuizione.È solo negli ultimi cinquant’anni che abbiamo iniziato a misurarlo davvero.

Uno degli studi più citati risale agli anni Ottanta: pazienti post-operatori ricoverati in stanze con vista sugli alberi guarivano più in fretta, avevano bisogno di meno antidolorifici e ricevevano meno segnalazioni negative rispetto a chi guardava un muro di mattoni.

Da allora, l’esposizione alla natura è stata collegata a miglioramenti nelle funzioni cognitive, a una maggiore capacità di autocontrollo nei bambini, a una riduzione del rischio di disturbi psichiatrici nel lungo periodo. Può abbassare la pressione sanguigna, ridurre il rischio di diabete, migliorare la salute mentale.

Una parte di questi benefici sembra avere a che fare con il modo in cui la natura cattura la nostra attenzione, ovvero in modo gentile, quasi impercettibile. È quella che alcuni ricercatori definiscono una “fascinazione morbida”: ci tiene agganciati senza sovraccaricarci, permettendo alla mente di recuperare.

Il punto è che i benefici sono ormai così evidenti che in alcuni paesi i medici hanno iniziato a “prescrivere” la natura: venti minuti in un parco, una passeggiata, del tempo a contatto con il verde.

Eppure, in tutto questo, c’è qualcosa di curioso.

Abbiamo passato secoli, prima intuitivamente, poi scientificamente, a studiare cosa la natura fa a noi, come individui. Come migliora il nostro umore, la nostra salute, la nostra attenzione.

Ma cosa succede, invece, quando smettiamo di guardarla come un’esperienza personale e iniziamo a considerarla per quello che potrebbe essere anche: uno spazio condiviso, capace di influenzare non solo come stiamo, ma come stiamo insieme?

Negli ultimi anni, alcuni studi hanno iniziato a spostare lo sguardo proprio dalla dimensione individuale a quella collettiva. I risultati sono interessanti.

Esporsi alla natura sembra aumentare quello che ricercatori e ricercatrici chiamano self-transcendence: una sorta di ridimensionamento dell’ego che ci porta a sentirci parte di qualcosa di più grande. Anche altri studi arrivano a conclusioni simili. In un esperimento, persone che camminavano nella natura tendevano a pensare meno a sé stesse e più all’ambiente circostante e agli altri. Al contrario, in un centro commerciale emergevano impulsi più immediati, più incentrati sul sé.

Non è solo una questione di benessere, quindi. È una questione di relazione.

E questo apre uno scenario interessante, soprattutto in un’epoca che sembra definita dalla frammentazione. Sempre più tempo passato al chiuso, sempre più mediato dagli schermi. Schermi che tendono a catturare e trattenere la nostra attenzione, spesso amplificando ansia e isolamento, mentre la natura fa quasi l’opposto. Non compete per la nostra attenzione. Non ha un algoritmo, né un budget pubblicitario. Esiste, semplicemente.

Se la natura è anche un’infrastruttura sociale, uno spazio che favorisce connessione, fiducia, senso di appartenenza, allora rientra a pieno titolo in quella categoria di risorse che chiamiamo beni comuni. E qui entra in gioco una dinamica che conosciamo già (l’abbiamo esplorata nel numero #80 di questa newsletter).

La “tragedia dei beni comuni” descrive esattamente questo: quando una risorsa è condivisa, ma l’uso è individuale, il rischio è che venga progressivamente erosa. Ognuno ne trae beneficio nel breve periodo, ma nessuno ha un incentivo reale a preservarla nel lungo. Il risultato è un lento degrado che, quando diventa visibile, è spesso già irreversibile.

Se guardiamo agli ultimi dati pubblicati dell’Istat nel 2023, il quadro è ambivalente. Da un lato, le aree verdi nelle città stanno crescendo: nei capoluoghi si arriva a una media di oltre 33 metri quadrati per abitante, in aumento rispetto al passato. Gli interventi di forestazione urbana sono in espansione, e sempre più comuni avviano progetti per migliorare la qualità ambientale.

Dall’altro lato, però, le differenze territoriali sono enormi. In due terzi delle città la disponibilità di verde è sotto la media nazionale, e in diversi casi non si raggiunge nemmeno lo standard minimo previsto dalla legge. Nei grandi centri urbani, dove vivono più persone, lo spazio verde accessibile è spesso molto più limitato.

In altre parole, la natura c’è. Ma non è distribuita in modo equo. E non sempre è progettata per essere vissuta insieme.

A questo punto, la domanda non è più se la natura faccia bene. La domanda è: cosa succederebbe se iniziassimo a progettarla come una vera infrastruttura sociale?

Ripensare le città per renderle più camminabili. Integrare il verde negli spazi urbani, non come elemento decorativo ma come parte funzionale. Portare la natura dentro le scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro.

Le leve possono essere diverse. Per alcuni, il tema sarà la salute pubblica. Per altri, la riduzione dei costi sanitari. Per altri ancora, la sicurezza o la qualità della vita urbana.

Ma il punto di fondo resta lo stesso: riconoscere che la natura non è solo un lusso individuale. E che, forse, una parte della ricostruzione del nostro tessuto sociale passa anche da lì.

Non da grandi rivoluzioni, ma da interventi piccoli, diffusi, intenzionali. Una rivoluzione silenziosa, che non chiede di fare di più. Solo di tornare, un po’ alla volta, a stare, davvero, nello stesso spazio.
 

Come raccontare al meglio il nostro rapporto con la natura e, di riflesso, con il clima? L’ho chiesto qualche tempo fa a Nicolas Lozito, giornalista de La Stampa esperto in cambiamento climatico, ambientalismo, biodiversità e sostenibilità. Puoi recuperare l’episodio qui.

 
 
Buona domenica e a presto,
 
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