Share

Si conclude oggi il dossier sul Capitalismo
 ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

 
 

Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.

 
 
 
DOSSIER CAPITALISMO 3 / 3
Dove c’è algoritmo, c’è resistenza
 

Una foto da 912 miliardi di dollari.
E no, non per il suo valore, ma per le persone che ritrae.

L’avrai vista anche tu: è uno scatto che ritrae Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai e Elon Musk, circa un anno fa. Sono in fila, a Capitol Hill per rendere omaggio al nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Insieme, il loro patrimonio ascende a 912 miliardi di dollari. Quello delle aziende che hanno fondato o che guidano, e che sono in ordine Meta, Amazon, Google ed X (oltre a Tesla e Space X), oscilla tra i 96 e i 547 miliardi di dollari.

Una foto, insomma, che rappresenta l’essenza del capitalismo digitale, terza e ultima tappa del nostro dossier sul capitalismo (qui trovi la prima puntata e qui la seconda, in caso volessi recuperarle).

Dopo la crisi del 2008, il capitalismo ha cambiato pelle. Sotto etichette come sharing economy, gig economy o quarta rivoluzione industriale, si nasconde la stessa logica: l’estrazione e l’uso dei dati come nuova materia prima. Questa è la tesi alla base di Capitalismo digitale, il libro che il politologo canadese Nick Srnicek ha pubblicato nel 2016.

Ma è nel titolo originale, Platform Capitalism, che si nascono l’essenza dell’intuizione di Srnicek: il modello che rende possibile tutto questo è la piattaforma, un’infrastruttura digitale che si colloca tra utenti e mercato, e che, nel farli interagire, raccoglie ogni informazione possibile sulle loro attività. È questa posizione che garantisce alle piattaforme un vantaggio unico: registrare, prevedere e orientare i comportamenti.

Tre anni dopo, nel 2019, la sociologa statunitense Shoshana Zuboff dà un nome a questo nuovo ordine economico: capitalismo della sorveglianza. Un sistema che trasforma l’esperienza umana in materia prima per la produzione di valore commerciale. Una “mutazione pirata” del capitalismo che concentra ricchezza e potere come mai prima nella storia, minacciando la democrazia stessa.

Sulle conseguenze del capitalismo digitale/della sorveglianza sulle piattaforme e sulle persone, lo scrittore e attivista Cory Doctorow ha coniato un termine che è già diventato un classico della rete: enshittification o “merdizzazione” delle piattaforme.
Succede così, dice Doctorow: prima le piattaforme sono buone con gli utenti: offrono servizi gratuiti, esperienze fluide, prezzi bassi. Poi cominciano ad abusarne per migliorare i rapporti con i clienti aziendali, spremendo inserzionisti e venditori. Infine, spremono anche loro, tentando di riappropriarsi di tutto il valore rimasto. È un ciclo prevedibile: seduzione, sfruttamento, collasso. Ogni piattaforma è un mercato a due facce, e chi lo gestisce tiene entrambe le parti in ostaggio, utenti e aziende, raccogliendo sempre di più, restituendo sempre di meno.

Ma le conseguenze del capitalismo digitale non si fermano qui. C’è chi, come lo psicologo sociale Jonathan Haidt, sostiene che la generazione Z, la prima a vivere la pubertà con “un universo alternativo in tasca”, stia pagando il prezzo psicologico più alto. È la tesi al centro del suo libro La generazione ansiosa: l’uso costante dei social network avrebbe innescato quella che chiama la “grande riconfigurazione”, da un’infanzia fatta di gioco a una vissuta dietro lo schermo.

Haidt lega così l’aumento dei disturbi mentali all’arrivo degli smartphone. Ma il nesso di causalità, come ha sottolineato Davide Spinelli in questo articolo per siamomine, più che provato, è intuitivo: le correlazioni non bastano a spiegare un fenomeno complesso. E, come ricordano diversi studiosi, parlare di più di salute mentale non significa necessariamente stare peggio.

In realtà, secondo molti esperti ed esperte, tra cui il sociologo Tiziano Bonini, il punto non è solo psicologico, ma politico. Secondo Bonini, la nostra critica alle piattaforme si concentra troppo spesso su una manciata di questioni: “la paura degli effetti di dipendenza psicologici, la paura che queste piattaforme ci “distraggano” dal fare attività più rilevanti e socialmente accettabili come leggere un libro, la paura che diffondano fake news e ci facciano il lavaggio del cervello, etc”.

Stando a Bonini, la nostra attenzione dovrebbe ricadere altrove: sul potere che “queste aziende detengono, o il tipo di lavoro precario che generano, o il regime di estrazione del valore economico a cui aderiscono. Al potere di manipolazione delle menti individuali (molto dubbio ed empiricamente difficile da provare), preferisco l’indagine del potere economico e politico che queste aziende esercitano”.

Concentrarci solo sul potere delle élite, quelle nella foto da 912 miliardi di dollari dell’inizio, rischia di farci sentire inermi. Come se l’unica cosa che potessimo fare fosse accettare il gioco delle piattaforme, oscillando tra la dipendenza e la rassegnazione.
Ma non è così. Non lo siamo.

Lo dimostrano i piccoli gesti di sabotaggio creativo che si moltiplicano nelle pieghe del sistema. Come ha scritto questa settimana la curatrice e critica d’arte Régine Debatty su Ti Spiego Il Dato, la newsletter di Donata Columbro (che era già stata ospite del podcast di Mondo Complesso in questa puntata), è possibile "eludere la profilazione, bucare le nostre bolle sociali, sfruttare le lacune dei sistemi digitali e confondere le logiche mercantili degli algoritmi”.

Perché ogni sistema, anche il più sofisticato, ha le sue crepe. Bonini fa l’esempio di gig worker, i creator e gli attivisti spesso dipinti come “automi inconsapevoli” e che invece, nelle sue ricerche, dimostrano di saper sviluppare una “consapevolezza algoritmica" attraverso un processo collettivo di reverse engineering, discussioni in chat private e la formulazione di "teorie popolari" sul funzionamento degli algoritmi”.

Ma la resistenza dei singoli non è l’unica arma a nostra disposizione. Negli ultimi mesi sto facendo molta formazione in azienda sull’intelligenza artificiale, l’ultima frontiera del capitalismo digitale, che come ogni nuova frontiera, genera una miscela di entusiasmo e paura. Paura di essere sostituiti, di non capire, di non avere alcun potere. Ma, ancora una volta, non lo siamo.

L’AI Act europeo, il primo tentativo al mondo di regolare in modo organico lo sviluppo e l’uso dell’intelligenza artificiale, è la prova che esistono strumenti democratici e collettivi per governare la tecnologia, invece che subirla.

Quello di cui non abbiamo bisogno, invece, è il panico. Quello che rischiano di alimentare, per esempio, iniziative in linea di principio pur ragionevoli come la recente moratoria firmata da oltre 850 esperti e intellettuali - tra i quali Geoffrey Hinton, Yoshua Bengio e Yuval Noah Harari – che chiedeva di sospendere lo sviluppo della cosiddetta superintelligenza, un’IA capace di superare l’essere umano in ogni compito cognitivo.

Il rischio che vedo, in questi casi, è quello di spostare il discorso su un piano apocalittico, dove il pericolo è in un futuro sempre imminente, mai nel presente. Intendiamoci, i cambiamenti a cui stiamo andando incontro potrebbero essere epocali e dobbiamo senz’altro riflettere sugli scenari peggiori, ma questo non deve andare a discapito dal porre attenzione sugli impatti concreti che l’intelligenza artificiale sta già producendo oggi, soprattutto sul mondo del lavoro e sull’ambiente.

Pensare che le piattaforme siano ingovernabili è comodo, ma falso. Lo dimostrano esempi come Just Eat, che dal 2021 ha dovuto assumere i propri rider in Italia con contratti di lavoro subordinato: un passo che sembrava impossibile fino a poco tempo fa, e che invece è avvenuto proprio grazie alla pressione politica e sociale.

Il punto è che non possiamo abdicare alla nostra agency, né come utenti né come cittadini. Possiamo e dobbiamo continuare a pretendere regole, trasparenza, diritti. Perché l’intelligenza artificiale, come ogni tecnologia o piattaforma che contribuisce al capitalismo digitale, non è un destino: è una scelta collettiva, che dipende da come decidiamo di usarla, limitarla o riscriverla.

 

A proposito di capitalismo della sorveglianza, in questo episodio del podcast di Mondo Complesso abbiamo discusso con Diletta Huyskes, ricercatrice ed esperta in etica e impatto delle tecnologie, del rapporto tra società, sicurezza e tecnologia.

 
 
Buona domenica e a presto,
 
Ti è piaciuta questa newsletter?
 

Trovi le conversazioni complete con gli ospiti di Mondo Complesso anche su…

 
 
 
 

Ricevi questa e-mail perché sei iscritto alla newsletter di Mondo Complesso.

Zwan, Via del Babuino 65, P.IVA e C.F. 13694281000, 00187 Roma RM, Italia



Email Marketing by ActiveCampaign