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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.
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Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.
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Intelligenza artificiale e intelligenza emotiva
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Tutte e tutti conosciamo il proverbio “la curiosità uccise il gatto”. Poche persone ricorderanno come finisce davvero: “e la soddisfazione di averci provato lo riportò in vita”.
L’ultimo libro di Giulio Xhaet, “Il coraggio del gatto”, che ho avuto l’occasione di presentare a Roma qualche settimana fa insieme a Giulio, parte proprio da qui per raccontare la curiosità non come un tratto leggero o infantile, ma come una forza centrale nel modo in cui pensiamo, creiamo e cambiamo.
Attraverso storie molto diverse tra loro, nel libro emerge un’idea semplice ma potente: la curiosità è ciò che ci permette di uscire dai percorsi già tracciati e vedere connessioni dove prima non c’erano.
E forse è proprio questo il punto più interessante. Perché tendiamo a pensare alla curiosità come a qualcosa di spontaneo, quasi casuale. O ce l’hai, o non ce l’hai. In realtà, come mostra il lavoro di Giulio, è una capacità che ha forme diverse e che può essere allenata, coltivata, persino progettata.
Da qui nasce la domanda che guida questa newsletter: che cos’è davvero la curiosità, e come funziona a livello psicologico?
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La curiosità non è mai stesso un concetto semplice o univoco.
Già alla fine dell’Ottocento, lo psicologo e filosofo William James distingueva tra due forme diverse: una curiosità più emotiva, quasi istintiva, e una più “scientifica”, legata al desiderio di comprendere il mondo. È una distinzione che, in fondo, sentiamo ancora oggi: da un lato ciò che ci attira senza sapere perché, dall’altro ciò che vogliamo spiegare.
Qualche decennio dopo, un altro psicologo, Daniel Berlyne, ha aggiunto un altro tassello fondamentale. Secondo lui, la curiosità nasce quando ci troviamo davanti a qualcosa che ha tre caratteristiche: novità, incertezza, conflitto. Ma non basta. Serve anche il giusto livello di stimolazione.
Questa dinamica si vede benissimo nei bambini e nelle bambine. Alcune stime parlano di circa 25 domande all’ora quando sono a casa, una ogni due minuti. Poi succede qualcosa: entrando nei sistemi educativi, questa spinta sembra rallentare. Non perché la curiosità finisca, ma perché spesso smettiamo di nutrirla. A volte le domande vengono interrotte, considerate fuori tema. E così, lentamente, impariamo che non tutte le domande hanno spazio.
Eppure la curiosità è lì fin dall’inizio. Studi sullo sviluppo mostrano che già nei primi mesi di vita i bambini e le bambine cercano attivamente ciò che li aiuta a imparare. Lo psicologo Robert Lowell Fantz aveva osservato che i neonati, dopo aver visto più volte lo stesso stimolo, smettono di guardarlo e si interessano qualcosa di nuovo. Non cercano il caos totale, ma qualcosa che “tradisca” leggermente le loro aspettative.
Questa intuizione si collega a un’altra idea molto influente, proposta da George Loewenstein: la curiosità nasce da un “vuoto”, da una distanza tra ciò che sappiamo e ciò che potremmo sapere. È la cosiddetta “information gap theory”. Quando percepiamo questo gap, sentiamo una sorta di tensione, simile alla fame, che ci spinge a colmarlo.
Il problema è che non tutti i “gap” sono uguali.
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Siamo circondati da cose che non capiamo: perché alcune risvegliano le nostra curiosità e altre no?
Secondo il “modello di apprendimento per dominio” della psicologa Patricia Alexander, all’inizio il nostro interesse per un tema è situazionale: abbiamo bisogno di uno stimolo esterno, qualcuno o qualcosa che ci porti lì. Solo quando iniziamo a costruire una base di conoscenze, quell’interesse diventa autonomo, interno. In altre parole: spesso non siamo curiosi di qualcosa non perché non sia interessante, ma perché è ancora troppo difficile per noi.
È lo stesso meccanismo che osserviamo nell’arte: siamo attratti e attratte dalla complessità, ma solo fino a un certo punto. Se qualcosa è troppo semplice, ci annoia; se è troppo complesso, ci respinge. La curiosità, allora, sembra muoversi sempre su un equilibrio delicato tra ciò che possiamo capire e ciò che ancora ci sfugge.
Non a caso, alcuni studi parlano di una vera e propria “zona ideale” (Goldilocks zone) della curiosità. Siamo più curiosi quando pensiamo di sapere qualcosa, ma non abbastanza. Se siamo totalmente sicuri di una risposta, la curiosità si spegne. Ma, sorprendentemente, accade lo stesso anche quando non sappiamo assolutamente nulla: in quel caso manca il punto di aggancio, e l’informazione non ha significato per noi.
È come se la curiosità avesse bisogno di un appiglio. Non nasce nel vuoto, ma in uno spazio intermedio, dove esiste già una struttura minima su cui costruire. Questo spiega perché spesso ignoriamo interi ambiti, non perché non siano interessanti, ma perché ci sembrano troppo lontani o complessi. Ma c’è anche un’altra ragione, più sottile: a volte le domande non emergono perché pensiamo già di conoscere le risposte.
Molte persone, infatti, sono convinte di sapere come funziona una bicicletta, un oggetto quotidiano come una moneta, o persino qualcosa di apparentemente semplice come lo scarico di un bagno. Poi proviamo a spiegarlo davvero (o anche solo a disegnarlo) e qualcosa si inceppa. La comprensione si rivela frammentaria, superficiale. In diversi studi, quando alle persone viene chiesto di valutare quanto capiscono qualcosa e poi di spiegarlo, il loro livello di sicurezza cala drasticamente dopo il tentativo di spiegazione.
In altre parole, non è solo che non siamo curiosi abbastanza. È che spesso non sappiamo di non sapere.
La curiosità quindi non è un dono o un talento, ma un muscolo. Richiede un impulso iniziale, superare una piccola frizione: mettere in discussione ciò che diamo per scontato, fermarci un attimo in più su ciò che sembra ovvio, accettare di non avere risposte immediate.
Perché la curiosità non è sempre solo cercare il “nuovo”. È accorgersi che a volte anche il “vecchio”, ovvero ciò che pensavamo di conoscere, in realtà non lo abbiamo mai capito davvero.
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Oltre che un autore e formatore, Giulio Xhaet è anche un grande amico del podcast di Mondo Complesso: abbiamo avuto la fortuna di intervistarlo sia nella prima stagione per parlare di competenze digitali, che nella terza stagione sul tema del purpose.
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Buona domenica e a presto,
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