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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.
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Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.
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🎤 Mondo Complesso diventa LIVE!
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Ebbene sì, dopo la rivista a partire da quest'anno cominciano anche gli eventi dal vivo di Mondo Complesso! Prima tappa il questo giovedì a Taranto per una serata indimenticabile ricca di ospiti e amici: qui tutte le info! 🗓️
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Oggi parlo di…
㊗️ Barriere linguistiche
🤖 Intelligenza artificiale
⛓️ Vincoli
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Un mondo senza lingue straniere
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“Hi everybody, my name is Joe Casini and I’m an entrepreneur and consultant”, dico in un un perfetto inglese oxfordiano.
No, non ho passato gli ultimi mesi insieme a un tutor per migliorare il mio inglese o in vacanza studio a Londra, come avrei voluto fare da piccolo.
Ho semplicemente dato il testo dello speech che farò questo giovedì a Taranto in occasione del primo evento di Mondo Complesso (sarai dei nostri? Trovi più informazioni qui) in pasto a HeyGen.
HeyGen è infatti un software che permette di creare video deepfake, cioè di ricorrere all’intelligenza artificiale per far dire a persone reali praticamente qualsiasi cosa.
Non sono l’unico a fare questi esperimenti: anche la giornalista dell’Atlantic Louise Matsakis ha fatto lo stesso, ma con il cinese.
“La grafica di HeyGen ha dei difetti ma la sua resa linguistica è abbastanza buona, tanto che mi chiedo se tutti i miei sforzi per imparare il mandarino non siano sprecati”, si è chiesta.
Una domanda sulla quale vale la pena soffermarci un po'…
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Nel suo articolo, The End of Foreign-Language Education, Matsakis segnala una tendenza preoccupante.
Negli Stati Uniti, il numero di persone che studiano lingue straniere è sceso del 29,3% dal 2009 al 2021. In Australia, la quantità di studenti delle superiori che studiavano una lingua straniera nel 2021 è stata la più bassa di sempre. In Corea del Sud e Nuova Zelanda le università stanno chiudendo i dipartimenti di francese, tedesco e italiano. In Francia la metà delle ragazze e dei ragazzi che finiscono la secondaria di primo grado non raggiungono il livello minimo previsto (A2) dal quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue.
Insomma, impariamo sempre meno le lingue, e con meno voglia.
Le ricerche non mettono in diretta associazione questo calo con la diffusione di sistemi di traduzione automatica (che pure esistono dagli anni Novanta) o tramite software di intelligenza artificiale, ma ignorare il contesto sarebbe riduttivo.
Stiamo quindi andando verso un mondo dove imparare le lingue straniere non ha più senso? E come sarebbe questo mondo?
Un mondo governato da “una comunicazione tecnicamente competente, ma in definitiva vuota”, scrive Matsakis.
Oltre un secolo fa, i linguisti Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf teorizzarono infatti che la lingua non è un mezzo di trasmissione del pensiero, ma un modo di interpretare la realtà stessa.
Nell’università oggi, queste domande di solito sono ricondotte al concetto di “relatività linguistica” o ipotesi di Sapir-Whorf.
Nel 1929 Sapir scriveva: "il ‘mondo reale’ è in larga misura inconsciamente costruito sulla base delle abitudini linguistiche del gruppo. I mondi in cui società diverse vivono sono mondi distinti, non semplicemente lo stesso mondo con etichette diverse. Vediamo e sentiamo e facciamo esperienza in una certa maniera soprattutto perché le abitudini linguistiche della nostra comunità predispongono certe scelte interpretative”.
Nel corso del tempo, tuttavia, nessun esperimento o studio è (ancora) riuscito a testare la validità dell’ipotesi di Sapir-Whorf, che resta ancora oggi un’ipotesi. Un po’ per il disinteresse da parte della linguistica, che invece si è concentrata sulla ricostruzione storica delle lingue e sull’idea di linguaggio in sé, e un po’ per le difficoltà legate al tradurre questa ipotesi in esperimenti reali.
Ma non solo: come ricorda il linguista australiano James McElvenny sulla rivista Aeon, “se ammettiamo l’esistenza di una differenza di fondo tra le lingue e tra le visioni del mondo teoricamente collegate a esse ci troviamo di fronte a una serie di questioni spinose su ciò che costituisce la nostra umanità. È possibile che ci siano abissi incolmabili di pensiero e percezione tra gruppi di persone che parlano lingue diverse?”.
Nonostante quella di Sapir-Whorf resti, per l’appunto, un’ipotesi, credo comunque che imparare una nuova lingua equivalga, sotto molti aspetti, ad apprendere un modo nuovo di vedere il mondo e di pensare.
Ed è da questa idea che, anche secondo diversi studiosi di linguistica, dovrebbe ripartire lo studio delle lingue. Uno studio diverso, più basato sullo sviluppo di competenze culturali e sulla comprensione approfondita delle convinzioni e delle pratiche diffuse nelle popolazioni di altri paesi che su grammatica, lessico e sintassi.
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Questa mappa illustra le interconnessioni tra barriere linguistiche e diversi settori, evidenziando gli impatti sia positivi che negativi. Attraverso nodi che rappresentano concetti come turismo internazionale, ricerca scientifica, e cooperazione globale, la mappa mostra come le barriere linguistiche influenzino la comunicazione e la collaborazione in contesti vitali. Le connessioni positive indicano, ad esempio, come il turismo possa promuovere la comprensione interculturale, mentre le connessioni negative evidenziano come le barriere linguistiche possano ostacolare la ricerca scientifica internazionale. Esplorando questo intricato network di relazioni, emergono sfide e opportunità per superare le barriere linguistiche e promuovere una maggiore comprensione e collaborazione globale.
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Matsakis non lo dice nel suo articolo, ma esistono anche altri motivi per cui vale ancora la pena imparare le lingue.
Motivi forse un po’ meno poetici di quelli che immaginiamo, ma altrettanto validi: studiare una lingua straniera, ad esempio, protegge il cervello dal decadimento cognitivo.
"Uno degli approcci non farmacologici che possono migliorare le capacità cognitive e proteggere dal declino nella popolazione anziana sana sembra essere l'apprendimento di una lingua straniera", si legge infatti in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Human Neuroscience nel 2018.
C’è di più: uno studio dell'Università di Chicago ha scoperto che le persone prendono decisioni migliori quando valutano i problemi in una lingua straniera. Lo psicologo dell'Università di Chicago Boaz Keysar sostiene infatti che le lingue straniere costringono a riflettere sulle decisioni invece di affidarsi all'intuito, che è pieno di pregiudizi. Poiché le persone tendono ad essere avverse alle perdite, a volte trascurano le opportunità favorevoli. Davanti a un'opportunità commerciale presentata in una lingua straniera, dobbiamo dedicare più tempo a riflettere su tutti gli aspetti della proposta. In questo modo si riduce l'attrazione emotiva di un'impresa rischiosa e si scoprono potenziali strade che non sono state considerate.
La lista potrebbe andare avanti: secondo un altro studio pubblicato sulla rivista Cerebrum, le persone bilingui hanno un controllo maggiore sulle loro funzioni cognitive, dato che devono costantemente scegliere la parola giusta tra le due opzioni linguistiche che hanno a disposizione per ogni concetto. Il che si traduce in una maggiore capacità di attenzione e concentrazione.
Insomma, i motivi per non lasciare che HeyGen e altri tool ci rendano pigri e “monolingui” non mancano.
Ora sta a noi tenere in equilibrio queste due forze: il potere delle lingue come veicoli di cultura e di apprendimento e le infinite possibilità di connessione che apre l’AI.
Le barriere linguistiche, nonostante tutto, sono dei vincoli. Vincoli che ci permettono di avere una maggiore consapevolezza della realtà, che scatenano frizioni “positive”, come ti avevo raccontato qualche numero fa.
Vincoli che però, una volta spezzati, sbloccano l'accesso a una quantità di contenuti e interazioni – e quindi idee e creatività – enorme.
In questo senso, la rivoluzione dell’AI riguardo all’apprendimento linguistico mi ricorda quel che avvenne con Internet e la digitalizzazione dei contenuti: la carta - come le l’apprendimento delle lingue - non scomparirà, ma diventerà una nicchia, forse anche qualcosa di elitario (com’era in passato).
Con l’AI, imparare le lingue diventerà (o meglio, tornerà a essere) quindi un privilegio? Spero di no, ma è possibile.
La newsletter di oggi finisce qui, ma se il tema del privilegio ti interessa, non perderti le prossime 3 uscite: il tema del prossimo dossier sarà proprio questo!
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A proposito di culture e modi diversi di interpretare la realtà, ti consiglio di recuperare la mia intervista all’antropologa Carolina Boldini, con la quale ho discusso del modo in cui l’antropologia culturale può aiutarci a mettere in prospettiva teorie, riti e tabù (inclusa la morte).
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«Non dover più imparare altre lingue: pro e contro?»
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Buona domenica e a presto,
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Trovi le conversazioni complete con gli ospiti di Mondo Complesso anche su…
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