Share

Comincia oggi il dossier sull'Intelligenza!
 ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌ ‌

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

 
 

Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.

 
 
Sull’intelligenza continuiamo a farci le domande sbagliate
 

"Sono convinto che una visione pluralistica descriva meglio l’intelligenza di altre, e in linea di massima il resto del mondo è d’accordo con me, a eccezione degli psicologi innamorati del test dell’IQ”.

Così Howard Gardner, psicologo e autore della teoria delle intelligenze multiple, ha risposto a una delle domande su come definire e misurare al meglio l’intelligenza umana che gli ho fatto per HI! Human Intelligence, il documentario che ho realizzato (e che da poco più di un mese è disponibile su Amazon Prime Video).

Una provocazione interessante, che mi è sembrata un ottimo punto di partenza per questo dossier in tre puntate che approfondirà alcuni dei temi emersi nel documentario.

Il tema del Quoziente Intellettivo è emerso anche a Londra, in un dibattito con gli studenti durante la première inglese del film alla London Interdisciplinary School. Tra le domande che mi sono state fatte – e che oggi voglio condividere con te per inaugurare questo dossier della newsletter – c’erano:

  • Perché sentiamo il bisogno di misurare, selezionare e catalogare l’intelligenza?
  • Da dove nasce l’idea che un numero possa definire le nostre capacità cognitive?
  • Se il QI non è così affidabile come crediamo, esistono strumenti migliori per capire cosa significa davvero essere intelligenti?

Beh, direi che come punto di partenza non c’è male, quindi se sei prontə partiamo!

Il primo a interessarsi alla misurazione dell’intelligenza fu Francis Galton, cugino di Charles Darwin e pioniere della psicometria. Convinto che l’intelligenza fosse ereditaria, Galton sviluppò nel XIX secolo test basati su capacità sensoriali e velocità di reazione, credendo che fossero indicatori affidabili delle capacità cognitive. I suoi metodi si rivelarono piuttosto imprecisi, ma posero le basi per i tentativi successivi.

Nel 1905, gli psicologi francesi Alfred Binet e Théodore Simon svilupparono il primo vero test d’intelligenza con un obiettivo pratico: individuare i bambini con disabilità cognitive affinché non venissero mandati a scuola, ma in appositi istituti psichiatrici. Il loro test misurava l’“età mentale” di un bambino confrontandola con la sua età cronologica.

Successivamente, nel 1916, Lewis Terman, psicologo della Stanford University, adattò il test di Binet-Simon, creando lo Stanford-Binet, un sistema che stabiliva un punteggio numerico preciso per classificare le capacità intellettive. Convinto che il test potesse anche identificare i bambini “geniali”, Terman vide nel QI uno strumento per orientare l’educazione e la carriera delle persone.

Se già queste primissime applicazioni possono sembrarti con luci e ombre, considera che lo psicologo Henry Goddard – uno dei primi a introdurre i test d’intelligenza negli Stati Uniti – li impiegò per sostenere teorie eugenetiche, proponendo di limitare l’immigrazione di persone con bassi punteggi di QI e perfino di sterilizzare individui ritenuti “mentalmente inadatti”.

Dopo la sua introduzione negli Stati Uniti, il test del QI si diffonde rapidamente nel mondo anglosassone. Il motivo? La sua apparente semplicità. Un numero che promette di quantificare l’intelligenza diventa uno strumento irresistibile per scuole, aziende e istituzioni. Ancora oggi, test come il Wechsler Adult Intelligence Scale (WAIS) o lo Stanford-Binet vengono usati in ambito clinico e scientifico.

Ma cosa misura davvero il QI? Gli studi dimostrano che questo strumento ha una buona capacità predittiva del successo accademico e lavorativo, in particolare per ruoli che richiedono problem-solving e ragionamento astratto.

Negli anni ’80, lo psicologo James Flynn nota inoltre un fenomeno curioso: il QI medio è aumentato costantemente per buona parte del XX secolo, con un incremento di circa 3 punti ogni decennio. Questo “effetto Flynn” è attribuito a fattori ambientali, come l’accesso all’istruzione e i cambiamenti cognitivi legati alla modernità. Ma negli ultimi anni il trend si è invertito: in diversi paesi occidentali i punteggi stanno diminuendo (ed è stato battezzato, appunto, “effetto Flynn inverso”).

Perché? Le ipotesi sono molteplici e controverse: l’impatto della digitalizzazione, le trasformazioni nei metodi educativi, le variazioni nelle abitudini alimentari e persino le mutazioni nei processi cognitivi collettivi.

Se il QI fosse davvero la misura definitiva dell’intelligenza, ogni persona con un punteggio alto sarebbe destinata al successo. Ma la realtà è più complessa.

Uno dei problemi principali del QI è la sua affidabilità. I punteggi possono variare a seconda del test utilizzato e persino del momento in cui viene somministrato. Una persona può ottenere un valore nella media in un test e risultare sopra la soglia del “genio” in un altro.

Un esempio emblematico di questa ambiguità è il famoso studio di Lewis Terman sui bambini con alto QI. Convinto che il suo test potesse individuare futuri geni, negli anni ’20 Terman selezionò 1.528 bambini con punteggi molto elevati e li seguì per tutta la loro vita. Il risultato? Nessuno di loro divenne un genio nel senso comune del termine. Riuscirono bene nella vita, certo, ma non produssero innovazioni straordinarie. Nel frattempo, due bambini scartati dal test di Terman, Luis Alvarez e William Shockley, vinsero il Premio Nobel per la fisica.

Questo porta a una domanda inevitabile: cosa misura davvero il QI? Lo storico della scienza Stephen Jay Gould criticò duramente l’idea che un numero potesse rappresentare l’intelligenza in modo oggettivo. Nel suo libro Intelligenza e pregiudizio definì il QI un caso di reificazione, ovvero la tendenza a trasformare un concetto astratto in un’entità concreta. Per Gould, il QI non è altro che una costruzione artificiale, utile solo per valutare certe abilità specifiche, ma non l’intelligenza nel suo complesso.

Una delle critiche più forti al QI è che ignora completamente aspetti cruciali dell’intelligenza, come la creatività, l’empatia e le abilità sociali. Proprio Gardner, che ho citato all’inizio di questa newsletter, con la sua teoria delle intelligenze multiple, ha dimostrato che esistono diverse forme di intelligenza: logico-matematica, linguistica, musicale, spaziale, cinestetica, interpersonale, intrapersonale e naturalistica. Eppure, il QI si concentra solo su una piccola parte di queste capacità, escludendo molte delle competenze che rendono una persona brillante nella vita reale.

Se il QI non è una misura assoluta dell’intelligenza, esistono modi migliori per valutarla? Negli ultimi decenni, psicologi e neuroscienziati hanno proposto approcci più sfumati. Daniel Goleman (un altro esperto che ho intervistato nel documentario) ha reso popolare il concetto di intelligenza emotiva, evidenziando l’importanza della gestione delle emozioni e delle relazioni sociali.

A questo proposito, riprendo un’altra volta le parole di Gardner nel documentario: "definiamo intelligente ciò a cui diamo valore". Sempre più studi dimostrano che abilità come l’empatia, la gestione delle emozioni e la comunicazione sono decisive per il successo personale e professionale. Eppure, questi aspetti vengono ancora trattati come secondari, un’aggiunta opzionale anziché una componente fondamentale.

Anche il modo di testare l’intelligenza sta evolvendo: si sperimentano test adattivi, che misurano il ragionamento in contesti più dinamici, e valutazioni che considerano il potenziale di apprendimento anziché un punteggio statico.

Il QI, quindi, ha avuto un impatto enorme sulla società, ma è uno strumento imperfetto, soprattutto perché parte dalla premessa sbagliata: invece di aiutarci a rispondere alla domanda "quanto sei intelligente?", dovrebbe aiutarci a scoprire la risposta a un altro interrogativo: "in che modo sei intelligente?".

 

Una delle persone che ho scelto di intervistare nel documentario è Djarah Khan, attivista culturale e autrice della raccolta di racconti Ladri di denti: se vuoi conoscere meglio il suo lavoro, puoi recuperare la prima puntata della nuova stagione del podcast di Mondo Complesso, nella quale parlo con Djarah di scrittura, identità e razzismo sistemico.

 
(clicca sulla GIF per ascoltare la risposta)
 
«Che opinione hai del QI?»
 
Buona domenica e a presto,
 
Ti è piaciuta questa newsletter?
 

Trovi le conversazioni complete con gli ospiti di Mondo Complesso anche su…

 
 
 
 

Ricevi questa e-mail perché sei iscritto alla newsletter di Mondo Complesso.

Zwan, Via del Babuino 65, P.IVA e C.F. 13694281000, 00187 Roma RM, Italia



Email Marketing by ActiveCampaign