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Alcune riflessioni su questi ultimi mesi
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Viviamo in un mondo sempre più interconnesso,
dove i fenomeni locali diventano rapidamente globali e in cui le conoscenze si influenzano continuamente.
Un mondo che ci sfida ad evolverci, per non vedere
il nostro campo dell’efficacia ridursi di giorno in giorno.

 
 

Io mi chiamo Joe Casini, e questo è Mondo Complesso.

 

Ciao ,

come stai? Io ti confesso che sono un po' stanco e spero questa domenica di riuscire a riposarmi un po'! Martedì sera infatti da Scomodo abbiamo registrato l'ultima serata del podcast di Mondo Complesso, concludendo così anche questa quarta stagione, e la mattina all'alba sono partito per andare dall'altra parte dell'Italia a parlare di intelligenza artificiale nella direzione South Europe di una multinazionale!

Quest'ultimo anno come era prevedibile sto facendo davvero TANTI incontri nelle aziende per parlare di intelligenza artificiale, e sebbene inizi ad accusare un po' i ritmi (solo questa settimana ho fatto quattro incontri) sono grato di avere l'opportunità di vedere così da vicino l'impatto che una tecnologia così potente – spesso tra l'altro non per i motivi di cui se ne parla di solito, ma magari di questo parleremo un'altra volta… – sta avendo e avrà nelle nostre organizzazioni, nei processi produttivi e in generale negli ambienti in cui abitiamo la maggior parte delle nostre giornate.

Di ritorno dall'ennesima trasferta per questo numero della newsletter c'è quindi solo un tema che mi ronza in testa, ed è il rapporto sempre ambivalente che abbiamo con l'innovazione tecnologica.

 
Il prezzo dell’innovazione tecnologica
 

Pensi che la storia sia come un grafico perennemente in ascesa che spinge i progressi dell’essere umano verso sempre nuovi orizzonti?

I tre premi Nobel per l’Economia di quest’anno sono qui per distruggere quest’idea.

Quest’anno, l’Accademia reale svedese ha premiato Philippe Aghion, Peter Howitt e Joel Mokyr “per aver spiegato la crescita economica guidata dall’innovazione”. Il tema centrale del riconoscimento? La teoria della “creazione distruttrice”.

Una crescita sostenibile, spiegano i tre economisti, non è automatica: per gran parte della storia umana, la stagnazione è stata la norma.

Quindi, progresso tecnico e benessere economico non vanno mai dati per scontati, ma devono essere coltivati attraverso sociali favorevoli. Con la consapevolezza, però, che ogni innovazione è una forza che distribuisce i suoi benefici in maniera uniforme, lasciando dietro di sé vincitori e vinti.

Andiamo per ordine e iniziamo dagli studi di Joel Mokyr, storico dell’economia statunitense-israeliano. Mokyr ha dedicato la sua carriera a rispondere a una domanda apparentemente semplice: come è nato il progresso economico e tecnologico nel corso della storia?

La sua risposta è profonda e articolata. Mokyr individua il “carburante” dell’innovazione nella cosiddetta “conoscenza utile”, cioè quell’incrocio tra sapere teorico e applicazione pratica che consente di trasformare un’idea in progresso concreto.

Questa conoscenza utile nasce dall’incontro di due forme complementari:

- La conoscenza proposizionale, ovvero le leggi e le regole che osserviamo nella natura e nella società, che ci permettono di comprendere il mondo.
- La conoscenza prescrittiva, cioè le condizioni necessarie per far funzionare qualcosa, cioè sapere “come fare” per ottenere un determinato risultato.

Mokyr mostra come la codificazione di questa conoscenza, accelerata dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Industriale, abbia creato un ciclo virtuoso: più la conoscenza circola, più si generano innovazioni, più cresce la capacità della società di produrre nuove idee.

Questo ciclo, però, non è naturale: richiede società aperte al cambiamento, tolleranti e capaci di facilitare scambi intellettuali. Senza di esse, l’innovazione resta sporadica, la crescita è lenta e il progresso, incostante.

Il francese Philippe Aghion e il canadese Peter Howitt affrontano invece il tema della crescita economica da un punto di vista più formale e matematico, sviluppando la teoria della distruzione creatrice, riprendendo le intuizioni dell’economista austriaco Joseph Schumpeter.

Secondo il loro modello, ogni nuova tecnologia o prodotto innovativo crea valore perché apre nuovi mercati, aumenta la produttività e offre migliori servizi ai consumatori. Allo stesso tempo, distrugge valore, poiché le tecnologie, i prodotti e le aziende preesistenti diventano obsoleti.

Questo doppio effetto genera una tensione costante: il progresso non è mai indolore. Alcuni individui, aziende o interi territori subiscono i costi immediati dell’innovazione, mentre i benefici si distribuiscono lentamente e spesso in maniera ineguale.

Il modello di Aghion e Howitt non è solo teorico: ci fornisce strumenti per comprendere perché la crescita può rallentare se i meccanismi sociali, politici e istituzionali non riescono a gestire i conflitti che l’innovazione genera. Ad esempio: le grandi aziende consolidate possono ostacolare l’arrivo di nuovi concorrenti o tecnologie, bloccando così il ciclo virtuoso della crescita. Per evitare che l’innovazione si fermi, quindi, è necessario creare regole, istituzioni e politiche che sostengano la concorrenza e permettano la circolazione delle idee.

Il Nobel 2025 arriva in un momento storico delicato, ovvero mentre populismi autoritari e derive illiberali stanno guadagnando terreno anche in democrazie consolidate, dagli Stati Uniti all’Europa. Il riconoscimento di Mokyr, Aghion e Howitt non è solo accademico: è anche un monito.

La loro lezione principale è che l’innovazione sostenibile non può prosperare senza istituzioni inclusive, indipendenti e resilienti.

Come ha scritto il direttore dell’European Center for Populism Studies, Ibrahim Ozturk, in questo articolo, quando il populismo autoritario prende piede, queste istituzioni vengono messe a rischio. La concentrazione del potere esecutivo, l’erosione dei controlli e l’ostilità verso il dissenso e l’expertise compromettono le infrastrutture istituzionali della conoscenza. Università e centri di ricerca perdono autonomia, la giustizia e la stampa indipendente vengono indebolite, e le risorse destinate alla ricerca rischiano di essere deviate verso progetti di visibilità politica o fedeltà al regime, piuttosto che verso la scoperta scientifica.

Esempi concreti lo confermano: in Cina, nonostante enormi investimenti statali in tecnologie di frontiera come IA, energia verde e veicoli elettrici, la mancanza di peer review indipendente e la crescente politicizzazione della scienza hanno ridotto la produttività totale della ricerca, generando ciò che alcuni analisti chiamano “involuzione tecnologica”: grandi investimenti, ma limitata capacità di produrre innovazioni radicali. In Turchia, dopo il 2011, l’autoritarismo ha eroso l’autonomia accademica, con un calo del 18-25% della produzione scientifica e diffusa autocensura. Ungheria e Polonia mostrano dinamiche simili, dove la politicizzazione delle università e della giustizia ha rallentato l’innovazione e bloccato la crescita dei sistemi di ricerca. (Tutti questi esempi mi fanno venire in mente il caso di Trofim Lysenko, un agronomo sovietico la cui traiettoria scientifica dimostra come la ricerca, se piegata agli interessi di potere, possa generare disastri e compromettere il progresso).

Il Nobel 2025 ci ricorda che la sostenibilità dell’innovazione dipende dalla salute delle istituzioni democratiche e inclusive. Laboratori, startup e investimenti in ricerca e sviluppo non bastano da soli: senza pluralismo, autonomia e libertà di ricerca, la creatività decresce, l’apprendimento adattivo si interrompe e il progresso tecnico rischia di trasformarsi in strumento di controllo piuttosto che di emancipazione.

In sintesi: il futuro della crescita e del progresso non si decide solo nelle aziende o nei laboratori, ma nelle costituzioni, nei tribunali, nelle università e nella società civile. Proteggere questi spazi è oggi essenziale tanto quanto sviluppare nuove tecnologie, perché senza di essi, la distruzione creatrice rischia di produrre solo esclusione e stagnazione.

 

A proposito di scienza e progresso, ti consiglio di recuperare l’episodio di Mondo Complesso che abbiamo registrato con Piero Martin, professore, fisico sperimentale e divulgatore, insieme al quale abbiamo esplorato il ruolo dell’errore nella scienza (e nella vita) e il significato che attribuiamo al vuoto e al suo contrario, la materia.

 
 
Buona domenica e a presto,
 
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